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aprile - Strada dei Calanchi
Ziribega - via dei calanchi
- Majola - Tiola - S. Apollinare - Castelletto - Ziribega
ORE 4.45 (5.15) 12 Km (Castelletto)- 15(Ziribega)
Disl. 300 m

IL DIARIO
DI
LAURA
Percorso Ponterivabella – Ziribega –
Maiola – Tiola – Castelletto e ritorno
Partecipanti Anna Ch, Cate, Iso,
Laura, Miriam, Patti, Sandro
Durata 4 ore e mezzo / 5 ore
Alle otto e mezzo alla Meridiana.
Partiamo e in macchina non sappiamo che argomenti affrontare: la politica ci fa
star male, la salute è quel che è, non ci resta che parlare di libri e di film,
e lo facciamo con entusiasmo ( cadendo per l’ennesima volta nel vizio di
parlare, come diceva Ferruccio, di cose che non esistono ). Anna ci sottopone
anche un quesito che è emerso durante l’incontro con il suo gruppo di lettura,
se cioè la risata sia gioia oppure rumore e anche di questo parliamo volentieri,
perché non è un argomento doloroso. Nel caso vi interessi, vi dirò che abbiamo
individuato un gran numero di tipi di risata, fra cui quella di scherno, quella
di imbarazzo, quella nervosa eccetera. A Ziribega parcheggiamo le macchine e
cominciamo la passeggiata. Sono le nove e mezzo. Ci siamo portati dietro
l’ombrello a scopo apotropaico, e infatti non pioverà, nonostante le previsioni
avverse. Il cielo è un po’ velato, soprattutto da nuvole di umidità, però c’è il
sole e fa caldo. Non appena arriviamo un po’ in alto, ci si apre davanti sia a
destra che a sinistra uno scenario bellissimo con due o tre quinte di calanchi:
alcuni ancora giovani, insidiati fino a metà altezza dalla vegetazione, altri
nudi e desolati ma affascinanti nella loro desolazione. Ci divertiamo a
prevedere quanto ci metteranno le case che si trovano ormai sull’orlo
dell’abisso a scivolare a valle – e anche il sentiero che stiamo seguendo non è
detto che ci sia ancora oggi pomeriggio, nel caso tornassimo indietro di qui.
Però attorno a noi c’è ancora molta vegetazione di un verde lussureggiante.
Sandro attira la nostra attenzione a un buvvone sulla destra, che digrada
ripidamente e dall’altra parte della valle si vede la chiesa di Tiola, che
dovremo raggiungere scendendo in fondo e risalendo. Ce la faremo mai? A Maiola
ci fermiamo un po’ perché Sandro deve consultare la cartina. La chiesa e il
campanile sono graziosi e intatti, ma la canonica ha un vistoso cartello che
avverte un pericolo di crollo. Comunque di vedere l’interno non se ne parla, è
aperta solo la domenica in occasione della messa. Proseguiamo per Tiola fra
distese di margherite e prati di bottondoro. In un piccolo agglomerato di case
troviamo una spalliera di rose di quelle di una volta, vellutate e odorose e
dietro un cancello con un cartello che avverte di far attenzione ai cani
addestrati alla guardia, due cagnolini in cerca d’affetto ci fanno un sacco di
feste e ci vorrebbero tanto leccare. Saranno questi i cani da guardia oppure i
loro genitori saranno acquattati da qualche parte pronti a sbranarci se ci
avviciniamo? Alle dodici e mezzo siamo alla chiesa di Tiola, che somiglia tanto
a quella di Maiola ed è ugualmente chiusa. Trasportiamo al sole una pesantissima
panchina di ferro. Alcuni si siedono lì, altri in terra, e cominciamo a
mangiare. Do’ un’occhiata in giro e vedo che tutti hanno scarpe e pantaloni
perfettamente puliti, tranne Sandro e me, che sembra che abbiamo nuotato nel
fango. Chissà perché. Stiamo lì un’oretta a crogiolarci - mentre Patti se ne va
a dipingere – poi ci dirigiamo verso Castelletto dove ci fermiamo in un bar dove
dei cinesi vendono imitazioni di gelati italiani, usando peraltro dei colori che
non esistono in natura. Sandro dice che possiamo tornare alle macchine per la
strada asfaltata, molto trafficata, oppure seguire il sentiero sperando che si
congiunga con quello di stamattina. Io, che ho le ginocchia in fiamme, posso
restare lì, che mi passano poi a prendere. I più ardimentosi lo seguono,
disposti ad andare alla ventura, ma poi lui deciderà di scegliere la soluzione
più sicura. Io resto al bar a leggere il giornale e Patti mi fa compagnia
dipingendo. Dopo neanche mezz’ora sono di nuovo lì, a prenderci. A casa alle
cinque e un quarto.
