15 ottobre 2008
Lago Santo  ( sent. 529 ) - Passo Boccaia - Passo della Bruciata -(sent. 00 ) Monte Giovo - sent. 527 - Passo Boccaia - Lago Santo.
ore 4.50 - disl. 490 m

h ora tempo disl
       
Parcheggio 1478 11.10 0 0
rif. Giovo 1508 11.20 0.10 30
Passo della Boccaia 1570 12.09 0.49 62
P. Bruciata 1689 13.10 1.01 119
Monte Giovo 1961 14.15 1.05 272
Monte Giovo 1961 15.15 1.00 0
Passo della Boccaia 1570 16.30 1.15 -391
rif. Giovo 1508 17.00 0.30 -62
Parcheggio 1478     -30
       
  tempo totale 4.50
       
  disl tot 483  

Il Diario di Laura

Merc 15 ott

Destinazione       Monte Giovo ( più o meno )

Partecipanti     Alba, Cate, Carla, Isa, Iso, Laura, Patti, Sandro, Ale, Dani, Regina

Durata         dipende ( dalle 4 alle 5 ore e mezzo )

 

Carla passa a prenderci e quando, alle otto, siamo da Cate, dice che possiamo anche spostarci sulla macchina di Sandro, e però lei se la lega al dito.
Decidiamo liberamente di restare con lei e partiamo.
 Carla chiede chiarimenti a Patti sul suo intervento di ieri al centro sociale – Patti è così profondo che in certi punti non si tocca.
 L’argomento ci prende moltissimo, e Sandro  ne approfitta per seminarci subito. Ci troviamo dentro uno dei paesini della Bazzanese, e adesso come facciamo a raggiungere lo stradone, che non ci sono indicazioni? Come Dio vuole però ci arriviamo, e di lì alla Muffa, per fare colazione cogli altri.

 Partiamo in direzione di Pavullo e chiacchieriamo  animatamente mentre e il paesaggio ci sfreccia ai lati senza farsi notare. Passano le ore, e finalmente siamo vicino al Lago Santo; entriamo in un bosco  illuminato dal sole che filtra attraverso le foglie giallo oro e rame , una bellezza incredibile. Arriviamo al parcheggio del lago alle 11 e un quarto. Alba scende, rinfodera la scollatura e si intabarra tutta : deve essere malata.

Il rosso degli alberi è un po’ spento perché le foglie sono tutte accartocciate – non ci sono più gli autunni di una volta, chissà da quanto tempo non vedono la pioggia.
 Arriviamo al lago, che è sempre di una bellezza strepitosa, di un colore verde profondo e – non conosco altre parole, quindi atteniamoci alla solita – vellutato.
 Il  Monte Giovo non fa paura, a vederlo riflesso nell’acqua, tutto tremante , ma se si alza lo sguardo e si pensa che dovremo arrampicarci fin lassù, vengono le  vertigini. Ci avviamo verso il rifugio con le foglie che, ad ogni refolo di vento – era un pezzo che aspettavo l’occasione di usare questa parola – si staccano dagli alberi e ondeggiano per un attimo, prima di decidere se cadere sul sentiero o nell’acqua.
Al rifugio ordiniamo la polenta per quando saremo di ritorno, poi prendiamo il sentiero 529 che per un po’ passa fra una selva di tronchi bianchi e slanciati, poi esce allo scoperto e sale molto dolcemente verso il crinale. Molto dolcemente, sì, ma il terreno è accidentato e bisogna continuamente frenare il  passo, e a lungo andare le mie ginocchia ne saranno molto scontente. Sulla destra una valle di monti che pare che gli abbiano gettato sopra una coperta di damasco giallo oro e rosso mattone, una bellezza commovente. Il cielo è sereno, fa caldo e si suda.
Parlo agli amici del nuovo corso di inglese che ho iniziato e della sua composizione, e Sandro mi dice no, facciamo che oggi sia il No-News-day.
  Arrivati in cima, tira vento e il sentiero si inerpica su di brutto. Dalla Toscana arrivano frotte di nuvole e quelle dietro premono, ma non riusciranno in tutta la giornata a passare il crinale. Ale pensa di non farcela, vuole tornare indietro. Io decido di restare con lei per tenerle compagnia, e questo mi salverà perché, se andavo su con quei maniaci, poi dovevo scendere coll’elicottero del Soccorso alpino.
 Io e lei cominciamo a scendere, e dopo un po’ ci raggiunge Alba, che non sta niente bene, ha un bruttissimo raffreddore. Cerchiamo un posto al sole, sottovento e al riparo dalle schioppettate dei cacciatori acquattati lì intorno, e ci sediamo per mangiare su un tappeto di piante di mirtillo rosse e gialle. Purtroppo lasciando il gruppo ci siamo allontanate anche dal Nero d’Avola che si è portata dietro Iso, però ci consoliamo pensando che appena arriviamo al rifugio ci facciamo un vin brulé .
Ci fermiamo solo un quarto d’ora, perché la strada è lunga, poi ripartiamo. Dopo un bel po’ arriviamo a un quadrivio e ognuna di noi si ricorda benissimo che siamo venuti da una direzione diversa e, siccome siamo testarde, ognuna si avvia per un sentiero differente. Ma poi ci viene in mente che potremmo incontrare il lupo, e quindi ci ricongiungiamo per poi separarci ancora nei pressi del rifugio – purtroppo ci manca la guida. Arrivati là –ci abbiamo messo 4 ore e un quarto, meno male perché l’ortopedico mi ha raccomandato di non fare passeggiate di quattro ore - ci prendiamo il nostro vin brulé e intanto Alba continua a sternutire spruzzando intorno nuvole di germi, batteri, virus e microbi. Speriamo bene.
 Ci accendono il camino e mentre io ed Ale usciamo a guardare il lago, Alba si siede vicino al fuoco , pigolando sempre più piano.
Ma intanto il resto del gruppo che cosa faceva? Salutandoci in cima al crinale, avevo detto a Patti di annotare tutte le cose interessanti che succedevano, e quello che poi sono riuscita a sapere è : 1) Che Isa aveva le gambe anchilosate, lui le ha detto di scuoterle per rilassare i muscoli, lei, invece di appoggiare i piedi ha alzato le gambe e Sandro ha detto che no, quello lo fanno gli spastici. 2) Che hanno mangiato a duemila metri d’altezza. 3) Che il sentiero del ritorno è stato bellissimo, anche se precipitava giù a rotta di collo – un percorso per capre particolarmente abili - e se si guardava indietro alla roccia incombente c’era da aver paura. 4) Che a un certo punto Sandro si è messo su una roccetta a mo’ di stambecco. 5) Che Cate se ne stava sempre davanti procedendo a balzi come una capretta. E questo è tutto.
Alle cinque eccoli che arrivano, e sono piuttosto provati. Ci sediamo a tavola – Alba se ne sta accanto al fuoco, non ha fame, c’è da preoccuparsi. Ci mangiamo una polenta che è fatta dello stesso materiale con cui sono fatti i sogni, poi gelati e torte ai frutti di bosco. Alle sei ripartiamo. In macchina io sono seduta vicino ad Alba e, se non mi ammalo, vuol dire che non morirò neanche se mi ammazzano. Comunque è chiaro che da ora in poi, quando ci troviamo da Cate prima della partenza, verremo tutti sottoposti ad una visita medica, e gli ammalati saranno rimandati a casa.
Appena si fa buio, Sandro ci semina, e così ci tocca di inventarci il percorso per tornare a casa. Non ci andrà tanto male perché, quando arriviamo a Ceretolo, Ale telefona e dice che anche loro sono lì. Dio, fa che arriviamo prima noi, invoco io, ma non verrò esaudita. Arriviamo da Cate e loro stanno ancora scendendo dalla macchina, ma pretendono di essere lì ad aspettarci da ore. A casa alle otto e mezzo, un vero record.